Settembre è il mese che i lacustri aspettano con sentimenti contrastanti. Da un lato c’è il sollievo per la fine del caldo intenso e dell’affollamento estivo, per il ritorno di un ritmo più tranquillo sulle rive. Dall’altro c’è la consapevolezza che l’estate sta finendo, che i giorni si accorciano, che l’autunno è già nell’aria anche se il lago è ancora caldo. Sul Verbano, settembre è il mese d’oro — letteralmente: la luce cambia colore, diventa più orizzontale e calda, e trasforma il paesaggio in qualcosa di diverso da tutto ciò che ha offerto nei mesi precedenti.
La vendemmia sul lago: una storia che risale ai Romani
Il Lago Maggiore non è la prima cosa che viene in mente quando si pensa al vino italiano. Eppure le sue rive, specialmente quelle piemontesi, sono state coltivate a vite fin dall’antichità. I Romani, che colonizzarono sistematicamente le zone lacustri del Nord Italia, portarono con sé la cultura della viticoltura e la impiantarono ovunque il microclima lacustre creasse condizioni favorevoli.
Il lago è un regolatore termico naturale. La grande massa d’acqua accumula calore durante l’estate e lo rilascia lentamente in autunno, moderando le gelate primaverili e autunnali che altrove devastano i vigneti. Questo effetto — i viticoltori lo chiamano effetto lago — è responsabile di certe coltivazioni che a prima vista sembrano impossibili a queste latitudini. La vite che produce il Ghemme o il Boca, i vini delle colline novaresi a pochi chilometri dalla riva piemontese del Verbano, beneficia indirettamente di questa influenza termica.
La vendemmia di settembre era, nelle comunità lacustri, un momento comunitario analogo alla salita agli alpeggi in primavera. Le famiglie si aiutavano reciprocamente nella raccolta, condividevano gli attrezzi, lavoravano insieme per portare a termine in pochi giorni una raccolta che doveva essere fatta al momento giusto — né troppo presto né troppo tardi. I tini, le botti, i torchi erano spesso di proprietà collettiva, gestiti dalla comunità e disponibili a rotazione per ogni famiglia.
Le fiere di settembre e il calendario commerciale
Settembre era anche il mese delle grandi fiere autunnali. Dopo la vendemmia e il rientro dei pastori dagli alpeggi, le comunità avevano prodotti da vendere e acquisti da fare prima dell’inverno. Le fiere di settembre e ottobre erano i momenti in cui si chiudevano i conti della stagione estiva e si stipulavano i contratti per quella invernale.
Il mercato di Luino, in settembre, cambiava carattere rispetto ai mesi estivi. Ai prodotti freschi dell’estate si aggiungevano le riserve autunnali: le forme di formaggio stagionato portate giù dagli alpeggi, i salumi prodotti con i maiali macellati a fine estate, le noci e le castagne dei boschi della Val Veddasca. Era un mercato che odorava di stagione che finisce e di riserve che si accumulano per l’inverno.
La luce di settembre: perché i pittori tornavano
I pittori che frequentavano il Lago Maggiore tra Ottocento e primo Novecento tornavano quasi sempre in settembre. Non per il turismo — che in settembre cominciava a declinare — ma per la luce. La luce di settembre sul lago ha una qualità che gli artisti descrivevano con aggettivi che sembrano contraddittori: calda e nitida insieme, morbida ma precisa. Il sole è abbastanza basso da non creare le ombre dure di luglio, e abbastanza alto da non creare la malinconia di novembre.
I colori del paesaggio in settembre sono diversi da quelli di tutti gli altri mesi. I versanti svizzeri cominciano ad avere le prime striature gialle e arancio dei boschi che cambiano. Il lago rimane di quel blu profondo che solo le acque con questa temperatura e questa profondità possono avere. Il cielo, nelle giornate di tramontana, è un azzurro che non ha sfumature.
Casa del Borgo in settembre: il lago ritrovato
Settembre è forse il mese migliore per Maccagno. La stagione estiva è finita, ma l’acqua è ancora calda — la temperatura del lago raggiunge il suo massimo proprio a settembre, quando il sole ha smesso di scaldare ma le riserve termiche accumulate sono ancora intatte. I sentieri verso la Val Veddasca sono percorribili nella freschezza del mattino e nel tepore del pomeriggio, senza il caldo che ad agosto li rende faticosi.
Casa del Borgo in settembre offre qualcosa che i mesi estivi non possono dare: la quiete. Le rive sono libere, i ristoranti hanno di nuovo il tempo di cucinare bene, i battelli hanno sedili disponibili. Maccagno torna a essere il borgo lacustre che era prima che il turismo di massa lo scoprisse — un posto dove il lago è lo sfondo della vita quotidiana, non uno spettacolo da consumare in fretta.
Il settembre dorato del Lago Maggiore è una promessa che il lago mantiene ogni anno, senza eccezioni. Vale la pena essere lì per riceverla.
Settembre sul Lago Maggiore è il segreto meglio custodito dell’intero Verbano. Gli habitué lo sanno — ne parlano sottovoce tra di loro, si scambiano messaggi a fine agosto per decidere quando tornare. Settembre, si dicono. Prima che finisca settembre. Perché settembre ha qualcosa che nessun altro mese ha nella stessa combinazione: l’estate ancora presente nell’acqua calda e nei pomeriggi soleggiati, e l’autunno già visibile nella luce che cambia e nelle prime foglie che si tingono di giallo sui tigli del lungolago. È il mese della doppia fedeltà — al calore che non ha ancora lasciato il lago, e alla bellezza nuova che sta per arrivare.
La luce di settembre sul Verbano è quella che i pittori hanno inseguito per secoli. Non la luce zenitale di agosto che schiaccia le ombre e appiattisce i volumi, ma la luce obliqua del sole che in settembre è già più basso sull’orizzonte e illumina le cose dal basso verso l’alto, facendo emergere texture e contrasti che l’estate nasconde. Le montagne svizzere a nord sembrano più vicine in settembre, con quel filtro dell’aria pulita che l’autunno porta dopo le ultime piogge estive. Il lago riflette questa luce con una fedeltà che in agosto non raggiunge mai — il blu si fa più denso, quasi viola nelle ore di bassa luminosità, argenteo nelle ore centrali del giorno. I tramonti di settembre sono i più lunghi e i più complessi dell’anno: quaranta, cinquanta minuti di colori che cambiano con una progressione lenta e inesorabile, dalla luce al buio passando per ogni sfumatura calda dello spettro visibile.
I ristoranti di Maccagno e di Luino in settembre tornano a essere quelli che erano prima dell’estate. Non nel senso che peggiorano — al contrario: senza la pressione dei coperti che si accavallano e dei turisti che aspettano fuori, la cucina recupera la sua qualità migliore. I menu di settembre sono quelli che riflettono la stagione nel modo più diretto: il persico è ancora fresco e abbondante, i funghi porcini arrivano dalle valli alpine, le prime castagne cominciano a comparire sulle bancarelle del mercato di Luino. È la cucina del confine tra estate e autunno — ancora leggera nei piatti di pesce, già ricca nei risotti ai funghi e nelle zuppe di fagioli che anticipano l’inverno. Si mangia bene in settembre. Si mangia con calma, senza la fretta dell’estate. E si ha ancora il tavolo all’aperto, con il lago davanti che nella luce di settembre è più bello di quanto non fosse in luglio.
Il mercato di Luino in settembre ha un carattere diverso da quello di agosto. La folla si è ridotta — i turisti stranieri sono diminuiti, i treni dalla Svizzera sono meno pieni — e i prodotti sui banchi riflettono il cambiamento di stagione con una precisione quasi poetica. Le bancarelle dei fiori, che in primavera e in estate erano le più frequentate, cedono il posto a quelle dei funghi e delle castagne. Le verdure sono quelle dell’autunno che avanza: zucche gialle e arancioni, radicchi rossi, cavolfiori bianchi, porri. I formaggi di capra della Val Veddasca sono in questa stagione al massimo della loro stagionatura — alcune settimane di alpeggio hanno dato al latte una ricchezza che il formaggio di primavera non aveva ancora. E poi ci sono i marroni — le prime castagne della Valtravaglia, quelle più grandi e più dolci che arrivano sui banchi verso la fine del mese, quando i ricci sugli alberi si aprono e i raccoglitori salgono nei boschi ogni mattina con i sacchi.
La navigazione lacustre di settembre è la più silenziosa dell’anno tra le navigazioni di stagione aperta. I battelli sono meno pieni. Sul ponte c’è spazio per sedersi e guardare il lago scorrere con la lentezza giusta, senza dover stare in piedi o condividere la ringhiera con una folla di turisti fotografanti. La traversata da Maccagno verso Stresa e le Isole Borromee — che in agosto è un viaggio turistico affollato e festoso — in settembre diventa qualcosa di più contemplativo: il lago che si allarga verso sud, le isole che appaiono gradualmente nel Golfo Borromeo, le montagne piemontesi che si avvicinano con la stessa imponenza di sempre ma in una luce diversa, più dorata, più autunnale. L’Isola Madre in settembre ha ancora i suoi giardini aperti — la fioritura esotica è finita, ma il verde è ancora ricco, e i pavoni bianchi che passeggiano tra i viali hanno recuperato la loro qualità selvatica dopo mesi di turisti che li fotografano. È un’isola diversa da quella primaverile, meno vistosa ma forse più vera.
La bici in settembre è il mezzo di trasporto ideale per esplorare la costa del Lago Maggiore. La statale costiera tra Maccagno e Luino — e poi più a sud verso Laveno — è percorribile senza il traffico estivo che in agosto rende certi tratti pericolosi. I borghi che si attraversano — Germignaga, Porto Valtravaglia, Maccagno Inferiore con la Torre Imperiale dei Mandelli — si visitano con calma, senza il senso di urgenza dell’estate. I bar sui lungolaghi hanno ancora i tavolini fuori ma sono meno affollati. I porticcioli hanno le barche ormeggiate in un silenzio che in agosto non esisteva. È un itinerario di venti, trenta chilometri che si fa in un mattino, che mostra la costa nella sua varietà e nella sua autenticità settembrina — viva, frequentata, ma non sopraffatta dalla stagione turistica.
Il lago di settembre insegna la pazienza nel senso più positivo del termine. Non la pazienza imposta dall’assenza di alternative, ma quella scelta attivamente: la pazienza di chi si siede davanti all’acqua e aspetta che qualcosa accada — non qualcosa di eccezionale, ma i piccoli eventi quotidiani del lago che in agosto non si riescono a vedere perché c’è troppo altro da guardare. Il martin pescatore che compare sulla riva per pochi secondi e poi scompare. La testa di un pesce che si affaccia sulla superficie dell’acqua e poi ritorna sotto. L’ombra di una nuvola che attraversa il lago da est a ovest, cambiando il colore dell’acqua mentre passa. Sono momenti minimi, silenziosi, che richiedono tempo e attenzione per essere visti. Settembre li offre con generosità. Basta essere disposti a fermarsi e guardare.
Casa del Borgo in settembre è forse il modo migliore di conoscere Maccagno Inferiore. Il borgo è nella sua versione più autentica — frequentato ma non sopraffatto dai turisti, vivo ma non frenetico, con i residenti che riprendono il loro ritmo quotidiano dopo l’intensità di agosto. I vicoli hanno quella qualità di spazio vissuto che in estate si perde parzialmente sotto la pressione dei visitatori. I negozi e i bar hanno ancora gli orari estesi, ma l’atmosfera è più rilassata, più simile a quella dell’anno intero. E il lago — sempre il lago — ha la sua versione di settembre, quella dorata e contemplativa che gli habitué conoscono e cercano ogni anno. Chi viene a Maccagno in settembre per la prima volta lo trova per caso. Chi ci torna lo trova di proposito. E chi ci vive — i pochi fortunati che abitano qui tutto l’anno — sa che settembre è il premio per tutti gli agosto precedenti.
Le Settimane Musicali di Stresa — il festival internazionale di musica classica che ogni anno porta sul Lago Maggiore orchestre e solisti di primo piano — sono in settembre nel loro momento conclusivo. I concerti serali nelle ville storiche e nelle chiese dei borghi lacustri creano un’atmosfera che non appartiene ad alcun altro posto: il palcoscenico improvvisato sul bordo di un giardino con il lago sullo sfondo, la luce che cambia durante la performance, il suono della musica che si mescola con il suono dell’acqua. Non è il Teatro alla Scala. Ma ha qualcosa che la Scala non ha: il lago dietro al palcoscenico.
Il silenzio di settembre a Maccagno Inferiore ha una qualità che le parole faticano a catturare. Non è il silenzio invernale, pesante e definitivo. Non è il silenzio relativo di agosto, attraversato ogni dieci minuti da un battello o da una barca. È un silenzio intermedio — pieno di potenziale, ricco di suoni piccoli che in estate vengono coperti dal rumore della stagione. Il rumore delle foglie che il vento muove sui tigli. Il canto di un uccello migratore che si è fermato sul lago per riposare. Il suono lontano di un campanile che suona l’ora in un borgo svizzero, portato dall’acqua con una chiarezza che in agosto non avrebbe. È un paesaggio sonoro che richiede di fermarsi per sentirlo, che non si offre a chi passa di fretta.
Il confine tra settembre e ottobre è, sul Lago Maggiore, uno dei passaggi stagionali più belli dell’anno. Non accade in un giorno preciso — è graduale, come tutte le cose del lago. Prima una mattina più fresca che non ci si aspettava. Poi una pioggia che porta con sé un’aria che sa già di autunno. Poi le prime foglie gialle sui tigli, visibili dalle finestre degli appartamenti di Casa del Borgo nelle mattine di sole. Chi è qui in quel momento — chi ha scelto di restare fino alla fine di settembre invece di partire subito dopo Ferragosto — ha avuto il privilegio raro di vedere il lago cambiare registro. Non è uno spettacolo per tutti. Ma per chi lo vede, vale ogni ora di attesa.
I vini di settembre sul Lago Maggiore hanno una dimensione gastronomica che le altre stagioni non offrono nello stesso modo. Le cantine delle colline piemontesi di fronte aprono per le vendemmie, e alcuni produttori accettano visitatori. Si bussa alla cantina, si chiede se si può vedere, si beve direttamente dalla botte mentre il produttore parla delle sue vigne. Non c’è enoturismo più diretto e più onesto. Il vino nuovo — ancora grezzo, acido, piacevolmente inaspettato — è la versione più fresca e più viva del territorio, quella che non si trova in nessuna bottiga di città perché non si può trasportare prima che sia pronto. Si trova solo qui, solo adesso, solo in settembre.
Le escursioni di settembre sui sentieri della Val Veddasca e delle montagne sopra Maccagno hanno una qualità di paesaggio che le escursioni estive non riescono a raggiungere. I boschi di castagno cominciano a mostrare i primi segni del cambio stagionale — alcune foglie già gialle, i ricci che cominciano ad aprirsi, il terreno coperto dei primi frutti caduti. La luce che filtra attraverso i rami non ancora completamente densi ha quella qualità dorata che appartiene solo all’autunno che inizia, che trasforma ogni radura in qualcosa che sembra dipinto. E il lago, visto dall’alto dai pianori sopra Maccagno, ha quel colore di settembre che è diverso da tutti gli altri — profondo, quasi viola nelle ore di sole basso, brillante come argento liquido nelle mattine di foschia leggera.
Settembre a Casa del Borgo è, per molti ospiti, la vacanza che si ricorda meglio. Non necessariamente la più intensa — ma quella con la qualità di presenza più alta. Si dorme fino alle sette senza senso di colpa. Si fa colazione con calma, con la finestra aperta sul lago. Si esce senza programma preciso — forse il mercato di Luino se è mercoledì, forse un giro in bici lungo la costa, forse solo una passeggiata sul lungolago con un caffè al bar che già conosce il tuo ordine. È il tipo di vacanza che non si organizza con un’agenda ma che si costruisce giorno per giorno, seguendo la luce, il vento, la voglia del momento. E il lago di settembre — paziente, generoso, mai insistente — sa sempre come rispondere a questa libertà senza struttura con qualcosa di bello.
Settembre è, alla fine, la stagione d’oro nel senso più letterale: oro come la luce del pomeriggio sull’acqua, oro come le foglie dei tigli, oro come il colore del lavarello alla griglia nel piatto di una trattoria sul lungolago. È anche oro nel senso del valore — la stagione più preziosa per chi la conosce, quella che si scambia come informazione preziosa tra chi ha capito come funziona il lago. “Vieni a settembre”, si dice. “Non agosto. Settembre.” E chi viene capisce immediatamente perché. Il lago in settembre è il lago nella sua versione più adulta, più consapevole di sé, meno bisognosa di spiegarsi. È bello senza volerlo dimostrare. Ed è forse questa — la bellezza senza sforzo, quella che non ha bisogno di spiegazioni — la qualità più rara che un posto possa avere.
L’acqua del lago in settembre è ancora calda — venti, ventuno gradi — ma ha perso la qualità di piscina dell’agosto. Nuotare in settembre ha un sapore diverso: più selvatico, più sorprendente, come se l’acqua avesse recuperato qualcosa del suo carattere lacustre originale dopo mesi di presenza umana intensa. Non ci sono bambini che urlano e schiamazzano intorno. Non ci sono barche che passano ogni cinque minuti. C’è il lago e chi nuota, in un rapporto diretto e tranquillo che in agosto non è possibile. Chi nuota nel lago di Maccagno in settembre al mattino presto — quando l’acqua è ancora nella sua temperatura notturna, leggermente più fresca della superficie, con la nebbia bassa che si dissolve intorno ai bagnanti — capisce qualcosa dell’acqua del Verbano che il nuoto estivo non riesce a trasmettere. È un’intimità con il lago che la stagione turistica non permette.
Il crepuscolo di settembre sul lago dura quasi un’ora. Dal momento in cui il sole tocca le montagne piemontesi sull’altra riva al momento in cui il buio è completo, il lago attraversa una serie di trasformazioni che in estate avvengono più rapidamente. La luce di settembre tramonta più lentamente perché il sole è più obliquo — percorre un angolo più basso rispetto all’orizzonte, e quindi impiega più tempo a scomparire. Il risultato è un crepuscolo lungo e ricco, con colori che cambiano ogni dieci minuti in una progressione che sembra impossibile nella sua varietà. Dal rosso fiammeggiante al rosa tenue, dal viola al blu, dal blu al grigio-argento del primo buio. È un tramonto che richiede tempo per essere visto completamente — almeno quarantacinque minuti di attenzione — e che ripaga questa attenzione con un’esperienza visiva che rimane nella memoria con una precisione che le fotografie non riescono a catturare.
Settembre chiude il cerchio dell’anno lacustre con una generosità che nessun’altra stagione sa mostrare nello stesso modo. Ha dato l’estate a chi la cercava — il calore, il sole, il lago pieno di vita. Ha dato l’autunno a chi sapeva aspettare — la luce dorata, il silenzio, i funghi, le castagne. E ha dato, a chi è rimasto abbastanza a lungo, la transizione tra le due stagioni — quel momento di passaggio che è forse il più bello di tutti, quando il lago decide di essere contemporaneamente estate e autunno, quando la luce e i colori e i sapori si sovrappongono in una complessità che nessun mese isolato sa produrre. Chi viene a Casa del Borgo in settembre porta via tutto questo. E chi non viene non sa cosa si perde. Fino alla prossima volta.
Il profumo di settembre sul lago è un profumo che non appartiene ad alcun’altra stagione. Non il profumo floreale della primavera, non il profumo di crema solare e di acqua riscaldata dell’estate. È qualcosa di più austero e di più complesso: l’erba secca che il sole ha bruciato nelle settimane più calde, la terra umida dopo le prime piogge autunnali, la resina dei pini sulle pendici sopra il borgo, e in tutto questo — sempre presente, sempre riconoscibile — l’odore del lago stesso. Quell’odore inconfondibile di acqua dolce profonda che non assomiglia al mare e non assomiglia al fiume e non assomiglia a nient’altro sulla terra. L’odore del Verbano in settembre è la firma olfattiva di un posto che sa cosa è, che non cerca di essere qualcos’altro. E chi lo ha annusato una volta lo riconosce immediatamente, anche anni dopo, anche a distanza di migliaia di chilometri, anche solo dalla memoria.
Settembre porta sul lago anche il ritorno dei pescatori alla loro routine più intensa. In agosto la pesca era regolare ma non era il focus principale della vita del borgo — i turisti erano di più, i pescatori erano di meno visibili. In settembre i pescatori tornano a essere i protagonisti delle prime ore del mattino: si sentono uscire dal porto prima dell’alba, si vedono rientrare con il pescato nelle ore del mattino, si ritrovano alla pescheria locale o al mercato di Luino il mercoledì con il pesce fresco del giorno. È un ritorno alla normalità del lago — alla sua vocazione originaria di posto di pesca, di territorio che si nutre di quello che la sua acqua produce. E il pesce di settembre — il persico che è ancora abbondante, il lavarello che comincia a salire dalle acque profonde verso la superficie — è tra il migliore dell’anno, con carni che la stagionatura estiva ha reso più ricche senza renderle meno delicate.
Settembre ha un dono finale che giustifica tutti i giorni che lo precedono: l’ultima sera. Non l’ultima sera della vacanza di chi parte sabato — ma l’ultima sera di settembre, quella che segna il confine con ottobre e che il lago celebra con un tramonto che sembra sapere di essere l’ultimo dell’estate. In quella sera il cielo fa cose che non ha fatto nei mesi precedenti — si illumina di colori che sembrano impossibili, mantiene la luce per un tempo che sembra dilatato rispetto alle sere precedenti, poi scende nel buio con una decisione che mancava nelle sere di luglio e di agosto. È il tramonto di fine settembre, quello che gli habitué del lago aspettano ogni anno con la stessa intensità con cui i bambini aspettano il Natale. E quando arriva, quando si affacciano dalle finestre di Casa del Borgo con il bicchiere in mano e guardano il lago dorarsi per l’ultima volta della stagione, capiscono di nuovo — come capiscono ogni anno, come capiranno l’anno prossimo — perché ci sono tornati. Perché ci torneranno ancora. E perché alcuni posti non si finisce mai di conoscere davvero, anche quando si pensa di conoscerli già completamente.
Settembre ha una caratteristica che pochi mesi del calendario hanno: fa sentire in anticipo la mancanza di ciò che si sta ancora vivendo. Chi è al lago in settembre, in uno degli appartamenti di Casa del Borgo, sa già — lo sente nell’aria fresca della sera, lo vede nella luce bassa del pomeriggio — che questa qualità di tempo finirà. Non tra giorni: tra settimane. Ma il sapere che finirà rende ogni ora più densa, più consapevole, più presente. Settembre insegna a stare nel momento non perché ci obblighi a farlo ma perché ci mostra — con la sua luce obliqua e i suoi colori che cambiano ogni mattina — che ogni momento ha una qualità unica e irripetibile. È una lezione che il lago dà meglio in settembre che in qualsiasi altro mese. E chi la impara una volta la porta via per sempre.