Il Taccuino

1 Giugno 2026

Maccagno Superiore: un borgo medievale sospeso tra lago e montagna

Maccagno Superiore e Maccagno Inferiore sono due paesi distinti separati dal torrente Giona, eppure portano lo stesso nome. È una stranezza toponomastica che ha radici profonde nella storia medievale di questo tratto di costa, una storia fatta di feudi, di confini disegnati sull’acqua, di famiglie che si contendevano il controllo di un punto geografico strategico […]

Maccagno Superiore e Maccagno Inferiore sono due paesi distinti separati dal torrente Giona, eppure portano lo stesso nome. È una stranezza toponomastica che ha radici profonde nella storia medievale di questo tratto di costa, una storia fatta di feudi, di confini disegnati sull’acqua, di famiglie che si contendevano il controllo di un punto geografico strategico sulla riva orientale del Lago Maggiore.

Il torrente Giona e la doppia identità di Maccagno

Il torrente Giona non è un confine naturale qualunque. Scende ripido dalla Val Veddasca, porta una portata d’acqua irregolare che in primavera può diventare tumultuosa e in estate si riduce quasi a nulla, e sfocia nel lago creando una piccola baia che è sempre stata il porto naturale della zona. La sua foce divide il territorio in due parti che, per secoli, appartennero a signori diversi, pagarono imposte diverse, seguirono regole diverse.

A nord del Giona — Maccagno Superiore, con la Torretta della Gabella e i controlli doganali del traffico lacustre. A sud — Maccagno Inferiore, dove la famiglia Mandelli aveva ottenuto l’esenzione dalle gabelle milanesi. Due sistemi fiscali diversi, due ordinamenti giuridici diversi, due economie che si specchiavano l’una nell’altra pur avendo in comune il nome, il lago, e i legami famigliari che attraversavano il torrente come attraversavano qualsiasi confine umano.

Le origini medievali: Maccagno tra Visconti e Borromeo

Nel Medioevo, il controllo del lago era una questione militare e fiscale di primaria importanza. Le famiglie che dominavano i punti strategici della riva — le foci dei torrenti, i promontori naturali, i porti riparati — erano in grado di tassare il traffico commerciale che costituiva la spina dorsale dell’economia lombarda. Maccagno era uno di questi punti.

I Mandelli, che ottennero la signoria di Maccagno Inferiore nel XIV secolo, erano una famiglia di spicco della nobiltà milanese. Il loro stemma è ancora visibile sul lungolago di Maccagno Inferiore, scolpito nella pietra di un edificio seicentesco circondato dall’iscrizione dei dazi sulle merci sbarcate nel porto. Era una presenza fisica del potere signorile — un promemoria per chiunque arrivasse via lago che qui c’era un padrone, e che quel padrone aveva fatto incidere nella pietra i termini del contratto con i suoi sudditi.

A Maccagno Superiore, la situazione era diversa. Il controllo doganale era esercitato non da una famiglia ma da un sistema di funzionari ducali che si alternavano nella gestione della gabella. La Torretta era la sede di questo controllo: non una residenza nobiliare, ma un posto di lavoro burocratico, un luogo dove si pesavano le merci, si annotavano i carichi, si riscuotevano i tributi.

L’urbanistica medievale: come si costruisce un borgo sul lago

I borghi lacustri del Verbano hanno tutti una caratteristica comune: sono costruiti il più vicino possibile all’acqua, spingendosi fin dove la topografia lo permette, concentrando le abitazioni in modo da lasciare libero il poco spazio pianeggiante per le attività produttive e commerciali. È un’urbanistica della necessità, dettata dal fatto che il terreno disponibile era scarso — da una parte il lago, dall’altra le pendici che salgono ripide verso i boschi e i pascoli.

Maccagno Inferiore segue questo schema. Il borgo medievale è compresso tra il porto e la parete rocciosa che sale verso la Val Veddasca. I vicoli sono stretti quanto basta per permettere il passaggio di una persona con un carico, non di più. Le case si appoggiano l’una all’altra, condividendo i muri come condividevano le risorse e i destini. È una forma di architettura collettiva che riflette una forma di vita collettiva.

In questo contesto, Casa del Borgo non è semplicemente un edificio — è parte di un sistema. La sua posizione nel tessuto medievale del borgo, la pietra locale con cui è costruita, l’orientamento che risponde alla logica delle vie di accesso al porto e ai sentieri verso la montagna: tutto parla di un’integrazione tra architettura e territorio che il medioevo praticava senza teorie, per necessità e per abitudine.

Giugno: il mese in cui Maccagno diventa se stessa

Giugno è il mese in cui il lago trova il suo equilibrio stagionale. L’acqua si è scaldata abbastanza da permettere il bagno, ma non così tanto da perdere quella trasparenza che rende il fondo visibile a diversi metri di profondità. La luce del giugno lacustre ha una qualità particolare: non è ancora il bianco accecante di luglio e agosto, ma ha già perso la morbidezza primaverile di maggio. È una luce che definisce ogni cosa con precisione — i contorni del Monte Gambarogno sul versante svizzero, il profilo delle case sul lungolago, le barche ormeggiate al porto.

I sentieri che dalla riva salgono verso la Val Veddasca sono percorribili nella freschezza del mattino. Curiglia, a 900 metri di quota, offre una vista sul lago che cambia prospettiva completamente: dall’alto, il Verbano rivela la sua forma — lungo, stretto, allungato verso nord fino a sparire tra le montagne ticinesi. È la stessa vista che avevano i pastori che d’estate salivano verso i pascoli d’alta quota, e che conservavano in mente durante i mesi invernali come una forma di speranza.

Maccagno in giugno è il borgo che era — con il lago davanti, la montagna alle spalle, e una storia che è scritta nella pietra dei muri e nella topografia dei vicoli. Casa del Borgo è nel centro di tutto questo, a pochi metri dall’acqua e a pochi passi dai sentieri che salgono verso il passato.

Maccagno Superiore non sembra un borgo medievale. Non ha le mura, non ha il castello arroccato sulla collina, non ha la piazza principale circondata da porticati gotici che si associano all’idea comune del borgo medievale italiano. Ha qualcosa di diverso e di più sottile: un tessuto urbano che si è evoluto lentamente nel corso di mille anni, che ha incorporato ogni epoca senza cancellarne le tracce, che porta ancora nei suoi vicoli stretti e nelle sue case addossate le une alle altre la logica spaziale del Medioevo — quella logica che privilegiava la protezione, il risparmio di spazio, la comunità compatta sul lago invece della dispersione nelle campagne. Chi cammina per i vicoli di Maccagno Superiore cammina in un posto che ha la stessa struttura di fondo da quando fu costruito — le case cambiate nelle facciate, i portoni sostituiti, le finestre allargate, ma la rete di passaggi e di spazi pubblici rimasta sostanzialmente invariata. È storia urbana in forma di abitazione quotidiana.

Il borgo è diviso dal torrente Giona in due parti che per quasi mille anni hanno avuto destini diversi. A sud del Giona c’era Maccagno Inferiore — o Maccagno Imperiale, come lo chiamavano i documenti — con il suo privilegio di zona franca, la sua torre di controllo, la sua zecca, la sua identità di snodo commerciale del lago. A nord del Giona c’era Maccagno Superiore — quello dove si trovano gli appartamenti di Casa del Borgo — con la sua dimensione più quotidiana e meno eccezionale: le famiglie di pescatori e di artigiani, le chiese parrocchiali, i campi da coltivare sulle pendici sopra il borgo, la vita normale di chi non aveva né i privilegi né i problemi che i Mandelli della parte sud si portavano dietro ogni giorno. I due Maccagno erano separati da un torrente che in estate si guada a piedi e in autunno diventa un fiume impetuoso, ma erano connessi da una storia comune, da un’economia complementare, da famiglie che abitavano l’uno e lavoravano nell’altro.

Le chiese di Maccagno Superiore sono i documenti storici più leggibili del borgo per chi non conosce l’archivio locale. La chiesa di Santo Stefano, la più antica, mostra nei suoi muri le diverse fasi di costruzione e ampliamento che si sono succedute nel corso dei secoli — il campanile medievale, il corpo centrale rinascimentale, le aggiunte barocche che hanno rivestito l’interno di stucchi e di dorature in un’epoca in cui la chiesa doveva dimostrare potenza e ricchezza. La chiesa di San Materno, più piccola e più discreta, ha conservato alcuni affreschi del Quattrocento che i restauratori del Novecento hanno riportato alla luce sotto gli strati di calce che li avevano coperti per generazioni. E il Santuario della Madonnina della Punta, sul promontorio che sporge verso il lago, è il luogo di devozione principale del borgo — raggiungibile a piedi lungo un sentiero di venti minuti che sale tra la vegetazione, con viste sul lago che si aprono e si chiudono tra gli alberi.

Il tessuto edilizio di Maccagno Superiore racconta la storia economica del borgo meglio di qualsiasi documento scritto. Le case più antiche — quelle nei vicoli interni, lontane dal lungolago — sono costruzioni compatte, con muri spessi di pietra locale e finestre piccole: case pensate per la protezione dal freddo e dai pericoli, non per la ventilazione e la vista. Le case più recenti — quelle che si affacciano sul lungolago, costruite o ristrutturate tra l’Ottocento e il Novecento quando il turismo lacustre cominciò a portare nuovi redditi — hanno finestre più grandi, balconi che guardano il lago, facciate più curate. È la storia del passaggio da un’economia di sussistenza a un’economia di servizi, scritta nell’architettura delle facciate e nella posizione delle finestre.

Casa del Borgo si trova nel cuore di questo tessuto urbano — non sul lungolago, non in posizione di massima visibilità, ma nei vicoli interni dove il borgo ha la sua dimensione più autentica e meno performativa. Gli appartamenti guardano il lago attraverso le finestre che i costruttori medievali avrebbero aperto — non per la vista, ma per la luce. La differenza è sottile ma importante: una finestra medievale non era progettata per mostrare il paesaggio fuori ma per far entrare la luce dentro. Che il paesaggio fuori fosse uno dei più belli d’Europa era una coincidenza fortunata, non un progetto. Abitare in questi appartamenti significa abitare in questa coincidenza — in uno spazio che non era stato pensato per essere bello ma che la posizione geografica ha reso inevitabilmente bellissimo.

La storia di Maccagno Superiore è anche la storia di una comunità che ha saputo conservare la propria identità attraverso i cambiamenti politici e economici che si sono succeduti in mille anni. Non è una storia di grandi eventi — non ci sono battaglie decisive, non ci sono personalità illustri che hanno vissuto qui per lungo tempo. È la storia ordinaria di una comunità di pescatori e di artigiani che ha vissuto sul bordo di un lago meraviglioso, che ha costruito case e chiese con la pietra del posto, che ha pescato lo stesso pesce e coltivato le stesse viti per generazioni, che ha attraversato le epidemie e le carestie e le guerre e i cambiamenti di sovranità senza perdere il filo di continuità che la teneva insieme. È la storia che si racconta bene solo stando fermi in un posto e lasciando che il posto parli — attraverso i vicoli, le chiese, le case, il lago sempre davanti.

Il Museo Civico Parisi-Valle di Maccagno — quello che unisce fisicamente Maccagno Inferiore e Maccagno Superiore sul fiume Giona — è uno dei luoghi meno visitati e più interessanti del territorio. Ospita collezioni di arte contemporanea in un edificio che fa da ponte — letteralmente — tra i due borghi separati dal torrente. Le mostre temporanee che vi si organizzano nel corso dell’anno portano artisti italiani e internazionali in un contesto che mette in dialogo l’arte contemporanea con l’architettura storica e il paesaggio lacustre. Non è un museo convenzionale — è uno spazio ibrido, un incrocio tra centro culturale e galleria d’arte, che funziona come punto di incontro per le comunità dei due borghi e come attrazione per i visitatori che sanno cercarlo. Per chi soggiorna a Casa del Borgo, è raggiungibile a piedi in cinque minuti.

Il borgo medievale di Maccagno Superiore è anche, paradossalmente, un posto molto contemporaneo. Non nel senso estetico — non ci sono design hotel o pop-up restaurant — ma nel senso dei valori: la comunità locale che difende la propria identità, la scala umana degli spazi pubblici che permette gli incontri casuali, la mixitá sociale che la struttura dei vicoli produce naturalmente. È un borgo dove il fruttivendolo conosce il nome di ogni cliente, dove il barista sa cosa si prende al mattino senza chiedere, dove i bambini giocano in strada perché le strade sono sicure e la comunità tiene d’occhio tutti i bambini del vicolo. Sono valori che le città moderne cercano di ricostruire attraverso il design urbano, e che Maccagno Superiore ha semplicemente mantenuto perché non aveva motivo di cambiarli. Chi viene qui per qualche giorno entra in questo mondo con la discrezione dell’ospite, e porta via qualcosa che non è né souvenir né ricordo — è la memoria di come un posto può essere vissuto bene, con scala umana, con storia, con comunità.

I borghi medievali del Lago Maggiore hanno sopravvissuto per mille anni non perché fossero protetti o conservati, ma perché erano abitati. Un borgo abbandonato decade in fretta — le case senza manutenzione cedono, i vicoli si riempiono di erbacce, le chiese perdono i tetti. Maccagno Superiore è sopravvissuto perché le sue famiglie non l’hanno mai lasciato completamente. Ci sono rimaste anche quando l’industria del Novecento offriva lavoro altrove, anche quando i giovani partivano per Milano o per Varese a cercare opportunità migliori. Ci sono rimaste perché il lago teneva, perché la pesca e il turismo e l’artigianato garantivano un reddito sufficiente, perché la qualità della vita in un borgo sul lago ha un valore che non si misura solo in salario. E questa permanenza — questa scelta di restare invece di partire — è la ragione per cui il borgo è ancora vivo, ancora leggibile nella sua struttura medievale, ancora un posto dove qualcuno apre il fruttivendolo la mattina presto e lo chiude la sera.

La strada che attraversa Maccagno Superiore — quella che in passato era la mulattiera principale e oggi è la via principale del centro storico — ha una qualità di percorso narrativo che pochi vicoli italiani hanno conservato. Si entra dal lato sud, dove il borgo comincia con le prime case addossate al promontorio, e si sale gradualmente verso nord, con il lago che compare e scompare tra i palazzi, con i vicoli laterali che si aprono verso il basso e verso il lago o si perdono verso l’alto tra le case più antiche. A ogni curva il paesaggio cambia — a volte si vede il Verbano in tutta la sua larghezza, a volte si è in un vicolo stretto dove le case si stringono a pochi metri l’una dall’altra. È un percorso che richiede di essere fatto lentamente, con la disponibilità a fermarsi e a guardare i dettagli: il portone intagliato di una casa del Seicento, il capitello devozionale all’angolo di un vicolo, la meridiana sulle facciata di una palazzina ottocentesca che indica ancora l’ora solare con precisione sorprendente.

Il rapporto tra Maccagno Superiore e il lago non è solo visivo — è anche economico, culturale, identitario. Per secoli, il lago ha determinato cosa si mangiava, come ci si spostava, con chi si commerciava. I pescatori di Maccagno Superiore conoscevano il Verbano come i marinai di mare conoscono l’oceano — i venti, le correnti, i fondali, i posti dove il pesce si trovava in ogni stagione. Questa conoscenza non era scritta nei libri ma trasmessa oralmente, di padre in figlio, attraverso l’esperienza diretta sulle barche. Oggi i pescatori professionisti sono pochi, ma la conoscenza del lago non è scomparsa completamente — si trova negli anziani del borgo che ricordano i nonni pescatori, nei ristoranti che sanno ancora cosa chiedere ai pochi pescatori che rimangono, nel Museo del porto che conserva gli strumenti e le imbarcazioni della tradizione lacustre locale.

Le feste del borgo — la Festa della Gabella in agosto, la processione di Ferragosto, la sagra patronale di Santo Stefano — sono momenti in cui Maccagno Superiore mostra la sua dimensione comunitaria in modo più esplicito di quanto non faccia tutto il resto dell’anno. In queste occasioni il borgo si riempie non solo di turisti ma di maccagnesi che sono andati via e che tornano per la festa, di famiglie dei borghi vicini che vengono a visitare i parenti, di abitanti storici che si ritrovano sulle piazze e sui lungolaghi per qualche ora di conversazione e di memoria condivisa. È la forma più semplice e più necessaria di identità collettiva: il ritorno periodico in un posto comune, il riconoscimento reciproco, la conferma che la comunità esiste ancora anche quando i singoli sono sparsi in tutta la provincia o in tutto il mondo.

La luce che entra nei vicoli di Maccagno Superiore cambia con le stagioni in modi che l’architettura medievale aveva previsto, anche se inconsapevolmente. In estate, il sole alto non penetra nei vicoli stretti — restano freschi, quasi ombrosi, il luogo preferito per la passeggiata delle ore centrali del giorno. In inverno, il sole basso riesce a raggiungere anche i vicoli più stretti nelle ore di mezzogiorno, portando un calore che in estate non avrebbe lo stesso valore. In primavera e in autunno, quando il sole è a un’altezza intermedia, la luce entra obliqua nei vicoli creando quei chiaroscuri che i pittori del paesaggio lacustre hanno cercato per secoli. Abitare in questi vicoli — come si fa soggiornando a Casa del Borgo — significa abitare in questo calendario di luce, in questo dialogo continuo tra l’architettura e il sole che è rimasto invariato per mille anni.

Maccagno Superiore è, in definitiva, un posto che non ha bisogno di essere spiegato per essere capito. Basta camminarci dentro — lentamente, con gli occhi aperti, senza programma fisso — per capire perché è speciale. Non perché abbia monumenti eccezionali o attrazioni particolari. Ma perché ha quella qualità rara dei posti che sono stati vissuti intensamente per molto tempo: quella densità di storia che si sente nell’aria, quella sensazione di stare in un posto che ha già visto tutto e che non ha fretta di mostrarlo. Chi viene qui per la prima volta lo sente immediatamente. Chi torna lo riconosce come un’amica vecchia che non si fa trovare diversa da come la si ricordava. E chi ci abita sa di abitare in qualcosa di prezioso — non nel senso del valore economico, ma nel senso di ciò che è raro e difficile da trovare: un posto vero, abitabile, umano, con il lago davanti e la montagna dietro e mille anni di storia nei muri.

Il borgo medievale nel linguaggio comune è diventato quasi un cliché — ogni comune italiano di una certa età si fregia del titolo, ogni ex-centro storico con le case di pietra si presenta come borgo medievale nei depliant turistici. Maccagno Superiore non usa questa definizione, il che è già un segno di autenticità. Non si promuove come borgo medievale perché non ha bisogno di questa etichetta per essere quello che è. È semplicemente un posto antico che continua a vivere — che ha la struttura di mille anni fa senza il museale di chi conserva artificialmente qualcosa di morto. Le case sono abitate. I negozi sono aperti. La gente cammina per i vicoli con le borse della spesa invece di camminare per i vicoli con le macchine fotografiche. E questa differenza — piccola, quasi impercettibile a chi arriva da fuori — è la differenza tra un borgo vivo e un borgo morto che si agghinda per i turisti.

Palazzo Mandelli — la sede storica della famiglia che ha governato Maccagno Inferiore per secoli — è ancora visibile, anche se trasformato da generazioni di ristrutturazioni in qualcosa di difficile da leggere per un occhio non allenato. Le torri d’angolo e l’impianto di base del castello originale sono ancora riconoscibili nella struttura dell’edificio attuale, che oggi è un’abitazione privata. Non è visitabile. Non ha una targa che ne spieghi la storia ai passanti. Si vede dal vicolo, si nota per i merlature che ancora sporgono dal torrione principale, si intuisce per la posizione dominante rispetto al resto del borgo. È uno di quei monumenti silenziosi che raccontano più di quanto non dicano — la testimonianza fisica di una storia che nessuna ricostruzione scenografica potrebbe rendere con la stessa autenticità della pietra originale, ancora in piedi dopo secoli, ancora abitata, ancora parte della vita quotidiana del borgo.

Il porto di Maccagno — quell’piccolo approdo protetto dal promontorio, a pochi passi da Casa del Borgo — è il punto in cui il borgo medievale e il lago si toccano fisicamente. Qui attraccano le barche da pesca che escono prima dell’alba. Qui attracca il battello di linea che collega Maccagno con i porti del Verbano. Qui si trovano le panchine dove gli anziani del borgo si siedono il pomeriggio a guardare il lago e a scambiarsi le notizie del giorno. È uno spazio pubblico nel senso più antico del termine — uno spazio dove la vita collettiva del borgo si manifesta, dove le diverse età e le diverse categorie sociali convivono naturalmente, dove il tempo non ha fretta di passare. Sedersi su queste panchine nel pomeriggio, guardare le barche che entrano ed escono dal porto, ascoltare i frammenti di conversazione in dialetto locale — è una delle esperienze più autentiche che Maccagno Superiore possa offrire a chi ha la pazienza di cercarla.

Maccagno Superiore esiste da mille anni sullo stesso promontorio, con lo stesso lago davanti, con le stesse montagne intorno. Ha attraversato l’impero medievale e il ducato rinascimentale, la dominazione napoleonica e il regno d’Italia, le guerre mondiali e la Repubblica, il boom economico e la crisi, l’arrivo del turismo e la sua parziale ritirata. E in tutto questo tempo ha mantenuto qualcosa di invariato — non il palazzo, non la chiesa, non le singole case — ma il carattere. Quella qualità di posto che sa stare sul lago con la dignità di chi non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno. Chi soggiorna a Casa del Borgo è ospite di questo carattere. Lo trova nei vicoli, nelle facce degli abitanti, nel modo in cui il fruttivendolo ti augura buona giornata anche senza conoscerti. Lo trova nel lago fuori dalla finestra — sempre lo stesso lago, sempre diverso, sempre pronto a raccontare qualcosa di nuovo a chi ha la pazienza di ascoltarlo. Non c’è museo che tenga, non c’è guida turistica che basti: per capire Maccagno Superiore bisogna abitarci, anche solo per qualche giorno. E chi lo fa capisce perché ci si torna.

Il borgo medievale, come tutte le cose che hanno storia, porta con sé anche le contraddizioni della storia. Non è perfetto — ha i suoi edifici brutti costruiti negli anni Sessanta in cemento senza grazia, ha i suoi angoli trascurati dove la manutenzione è in ritardo, ha i suoi problemi di spopolamento come tutti i borghi del nord Italia che perdono i giovani verso le città. Ma ha anche qualcosa che le città non possono comprare: il tempo lungo. Il tempo di mille anni di vita continua sullo stesso posto, che ha selezionato quello che vale la pena di conservare e ha lasciato andare quello che non serviva più. Casa del Borgo è parte di questo tempo lungo — un edificio del borgo che ha trovato la sua forma contemporanea senza rinunciare alla sua identità storica, che ospita i suoi viaggiatori con la stessa discrezione con cui il borgo ospita i suoi abitanti, che guarda il lago con la stessa finestra da cui lo guardavano i suoi costruttori. Non potrebbe essere altrove. Non potrebbe essere altrimenti.